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personal branding luce in fondo al tunnel

Il 30 gennaio scorso, su Facebook, Diego Mulfari, co-fondatore di “Mulfarimbianchino”, citava Gandhi in una delle sue dichiarazioni più attuali:

Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Alla fine vinci.

Fare Personal Branding significa solo curare la propria reputazione?

Sono certo che Diego abbia sperimentato tutte le quattro fasi, prima di essere considerato un tipo sveglio, uno capace, uno che ci ha provato, uno che è riuscito ad affrontare il cambiamento imposto dalla crisi economica. Insomma uno che ha saputo trasformare il suo lavoro guardandosi intorno e usando Internet come si deve.

Ed è perfino riuscito a crearsi una considerevole reputazione personale, quello che oggigiorno si chiama Personal Branding.

La definizione di Personal Branding, che riporto pari pari dal sito web dell’autore del libro “Fai di te stesso un brand”, Riccardo Scandellari, è la seguente:

Personal Branding consiste nella comprensione e valorizzazione delle capacità e qualità personali, attraverso un’adeguata comunicazione ad un pubblico interessato.

Riccardo Scandellari parla di “capacità e qualità personali”. Perciò “essere un brand” non è solo un modo per vendere la propria professionalità ad un pubblico interessato. Non è solo diventare famosi per qualcosa di speciale che diciamo o facciamo continuamente, fino a diventare il punto di riferimento di un determinato settore o in una precisa nicchia di mercato.

Fare Personal Branding coinvolge la nostra individualità, e in qualche modo la nostra vita personale oltre che professionale.

La citazione di Gandhi mi ha fatto pensare che, nel mondo moderno, la vera novità non è semplicemente diventare un brand, essere famosi o ricercati, essere particolarmente bravi o esperti in qualcosa.

Fare Personal Branding oggi, significa “fare la differenza”.

Se cerchiamo su Google “how can I make a difference”, che io traduco con “come posso lasciare un segno”, otterremo oltre 320.000 risultati.

È una frase che ritroviamo in tutti i manuali di auto-motivazione e crescita personale, soprattutto di stampo anglosassone.

Non mi interessa spiegare come possiamo lasciare un segno, ma perché dobbiamo farlo.

Mi piace l’idea di associare quella frase in inglese al “fare Personal Branding” aggiungendo qualcosa in più e, quel di più, deve essere per forza un segno che noi lasciamo, nella vita delle persone, oltre che nei nostri rapporti professionali.

Un segno che lasciamo nella storia, che, forse fra 50 anni, sarà usato nei modi e nelle occasioni più diverse, come accade per le citazioni di grandi pensatori e uomini che hanno fatto la differenza, come il Mahatma Gandhi appunto.

Chi lascia un segno nuovo e importante nella vita altrui, lascia un’eredità, che non si limita ad illuminare il cammino dei seguaci o dei sostenitori. I pensieri, le parole, gli atti che simboleggiano il nostro “marchio personale” diventano un faro che rischiara il buio.

Fare Personal Branding non è trovare metodi sempre nuovi per essere considerati degli esperti, dei guru da imitare. E non è neppure curare la nostra reputazione di esperti in qualcosa. Deve essere qualcosa di diverso, di altro, se, come dice Riccardo Scandellari, coinvolge le nostre capacità e qualità personali.

Seguendo gli insegnamenti di grandi innovatori come Gandhi, possiamo affermare che fare Personal Branding significa lasciare un segno in quanto persone e professionisti, ma un segno di qualità, un segno che possa servire anche a chi, oggi o domani, si troverà ad affrontare i nostri stessi problemi.

Nei momenti difficili, nei momenti critici della vita degli altri, il nostro brand, il nostro comportamento, la nostra eredità, la nostra capacità di innovare veramente, saranno la luce in fondo al tunnel.

Marino Baccarini

Sono un consulente in Comunicazione Aziendale, Web Marketing e Social Media Marketing. Aiuto le imprese a creare relazioni con le persone, utilizzando gli strumenti della comunicazione digitale e della comunicazione tradizionale.

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