Preghiere e petizioni per la pace: l’illusione di fare qualcosa.

Come la tecnologia ci ha trasformati in spettatori passivi di spettacoli raccapriccianti, guerre, genocidi, crudeltà di ogni sorta, seduti sul divano, fingendo di indignarci sui social per poi tornare, desensibilizzati e inattivati, alla nostra routine.

Rappresentazione del concetto di attivismo digitale passivo.

[PROMPT]
TITOLO: Preghiere e petizioni per la pace: l’illusione di fare qualcosa.
SOTTOTITOLO: Come la tecnologia ci ha trasformato in spettatori passivi di spettacoli raccapriccianti come guerre, genocidi e crudeltà di ogni sorta. Seduti davanti al PC o sul divano, assistiamo sui nostri device a uno spettacolo macabro trasformato in intrattenimento, senza muovere un dito, fingendo di indignarci sui social per poi tornare, desensibilizzati e inattivati, alla nostra routine.
Scrivi un post facendo riferimento a titolo e sottotitolo e cercando le ragioni storiche di questa trasformazione che sembra traghettare l’umanità verso un nuovo mondo dove empatia, solidarietà, altruismo e compassione, ma, soprattutto, azione e responsabilità personale non esisteranno più perché gli umani saranno zombie che vengono “accesi e spenti” dalle app sullo smartphone.

[RISPOSTA]
C’era un tempo in cui la distanza proteggeva. Non era cinismo: era semplicemente la struttura del mondo. Le guerre accadevano altrove, nei resoconti dei giornali che arrivavano il giorno dopo, nelle voci alla radio, nelle fotografie in bianco e nero pubblicate settimane più tardi su qualche rivista. L’orrore esisteva, ma era mediato, filtrato, ritardato. E quella distanza, per quanto moralmente scomoda, lasciava spazio a qualcosa di fondamentale: la possibilità di non sapere, e quindi di non dover scegliere.

Oggi quella distanza è stata annientata. In tempo reale, con la qualità video di una produzione cinematografica, assistiamo a bombardamenti, esecuzioni, colonne di profughi, bambini estratti dalle macerie. Lo schermo è ovunque, in tasca, sul comodino, sul tavolo da pranzo. E con esso è arrivata una promessa implicita e seduttiva: che vedere significhi capire, che condividere significhi agire, che un like o una storia Instagram con la bandierina giusta equivalga a una forma di resistenza morale.

“Non è apatia quella che ci paralizza. È qualcosa di più sottile e più pericoloso: l’illusione di essere già stati attivi.”

Per capire come siamo arrivati qui, bisogna risalire almeno alla metà del Novecento. La televisione, negli anni Cinquanta e Sessanta, portò per la prima volta la guerra nelle case borghesi. Le immagini del Vietnam che entravano nei salotti americani sono generalmente considerate una delle cause della svolta nell’opinione pubblica contro quella guerra. Fu un momento storico: la visibilità sembrava aver riacquistato potere politico. Ma Susan Sontag, già negli anni Settanta, cominciava a mettere in guardia contro qualcosa di oscuro che si insinuava in quel processo. Vedere l’orrore troppo spesso, scriveva, non sensibilizza: anestetizza. Ogni nuova immagine scioccante trova una mente già parzialmente indurita dall’immagine precedente.

La rivoluzione digitale ha accelerato questo processo fino a renderlo irriconoscibile. Internet, i social media, gli smartphone hanno moltiplicato per mille la quantità di immagini traumatiche cui siamo esposti ogni giorno, e al tempo stesso hanno inventato un nuovo meccanismo di scarico emotivo: la risposta virtuale. Firma la petizione. Metti il filtro sulla foto profilo. Condividi il post. Scrivi “ci vogliono parole più forti”. In questo modo il disagio morale, quella sensazione di urgenza che in altri tempi avrebbe potuto tradursi in azione concreta, viene smaltito in modo indolore e socialmente visibile, senza che nulla cambi nel mondo reale.

Il sociologo americano Sherry Turkle ha definito questa dinamica una forma di “connessione senza impegno”: siamo in contatto con tutto, ma non siamo responsabili di niente. Il filosofo franco-coreano Byung-Chul Han la chiamerebbe un effetto tipico della società della trasparenza e dello spettacolo digitale, in cui ogni evento, per quanto tragico, diventa materiale per la propria narrazione identitaria. Non ci si chiede più “cosa posso fare?” ma “come appare il fatto che io sappia?”.

“Il like è diventato il nostro sistema immunitario morale: ci protegge dall’azione scaricando la coscienza a costo zero.”

C’è anche una dimensione psicologica precisa, documentata dalla ricerca: si chiama “slacktivism”, ovvero attivismo pigro. Studi condotti da psicologi comportamentali dimostrano che chi compie un piccolo gesto simbolico in favore di una causa, firma una petizione online, mette mi piace a una pagina, ha statisticamente meno probabilità di compiere successivamente azioni più costose e impegnative per la stessa causa. Il gesto simbolico non è un primo passo: è spesso un punto di arrivo, un modo per sentirsi già a posto.

Ma il problema non è solo individuale. È sistemico. Le piattaforme digitali sono progettate per massimizzare il coinvolgimento emotivo, non l’azione razionale. L’indignazione, la paura, la compassione performativa generano più interazioni del pensiero critico o della riflessione prolungata. Gli algoritmi premiano il contenuto che suscita reazione immediata e puniscono tutto ciò che richiede attenzione sostenuta. In questo ambiente, una guerra o un genocidio diventano contenuti come gli altri, in competizione con i video di gattini, i meme politici, le ricette virali. L’orrore è reale, ma il contesto in cui viene consumato è quello dell’intrattenimento.

Il filosofo Guy Debord, già nel 1967, descriveva la società moderna come una “società dello spettacolo” in cui le relazioni sociali tra le persone sono mediate da immagini. Non poteva immaginare fino a che punto la sua intuizione sarebbe diventata letterale. Lo spettacolo oggi non è più al cinema o in televisione: è nella nostra mano, disponibile ogni momento, personalizzato dai nostri dati, ottimizzato per tenerci incollati. E in questo spettacolo infinito, il dolore degli altri è un episodio come un altro della nostra serie quotidiana.

“Siamo la prima generazione nella storia a poter vedere tutto e a fare così poco. Non perché siamo cattivi, ma perché il sistema è progettato per questo.”

Dove porta tutto questo? Verso un impoverimento profondo di alcune delle qualità che definiscono storicamente la civiltà umana. L’empatia, nella sua forma autentica, non è un’emozione passiva: è una spinta all’azione, un senso di responsabilità verso l’altro che ci mobilita. La solidarietà non è un simbolo: è un sacrificio di tempo, risorse, energia. L’altruismo non è un post: è una scelta concreta che ha un costo per chi la compie. Se questi impulsi vengono sistematicamente dirottati verso surrogati digitali che non richiedono nulla, si atrofizzano. Come un muscolo che non viene mai usato.

Il rischio non è l’umanità malvagia. È l’umanità svuotata, non di sentimenti, che anzi abbondano e si manifestano rumorosamente, ma di capacità di trasformare quei sentimenti in atti. Zombie non nel senso del folklore, ma nel senso clinico: corpi che reagiscono agli stimoli senza intenzionalità, che si accendono e si spengono al ritmo delle notifiche, che vivono in una perpetua condizione di eccitazione emotiva senza direzione e senza memoria.

Eppure qui sta il nodo più difficile da sciogliere. Perché chiedere “cosa stai facendo, concretamente, oggi?” presuppone qualcosa che questa macchina si è incaricata di erodere sistematicamente: la consapevolezza che ci sia qualcosa da fare. Non si tratta di pigrizia morale, e nemmeno di indifferenza. Si tratta di un sonno ben congegnato, di un Matrix più raffinato di quello cinematografico perché non ha bisogno di cavi né di vasche di nutrimento: basta uno schermo e un algoritmo che sappia esattamente cosa mostrarti per tenerti quieto, commosso quanto basta, indignato quanto basta, mai abbastanza sveglio da alzarti.

Una storia per capire

C’è un momento, nella storia dell’India coloniale, che racchiude in sé tutta la tensione tra potere e coscienza: il 1919. La Prima Guerra Mondiale era appena finita e il governo britannico pensò di stringere ulteriormente il cappio sull’India. Lo strumento fu la cosiddetta Rowlatt Act, una legge che autorizzava le autorità ad arrestare e detenere chiunque fosse sospettato di attività sovversive, senza processo, senza prove, senza scadenza. Fu allora che Mohandas Karamchand Gandhi decise che era arrivato il momento di rispondere. Non con le armi, non con la violenza, ma con qualcosa di più difficile da combattere: la disobbedienza civile organizzata, satyagraha, letteralmente “forza della verità”. Insieme a figure come Sarojini Naidu e Chakravarti Rajagopalachari, Gandhi pianificò una risposta collettiva che culminò il 6 aprile 1919 in uno sciopero nazionale: un’intera nazione che si fermava, digiunava e pregava, in silenzio, per dire no a una legge ingiusta.

Gandhi non twittò. Non firmò una petizione online. Non mise una bandiera sul profilo. Si svegliò dentro una realtà insopportabile e organizzò una risposta collettiva che aveva un costo reale per chi vi partecipava: il rischio dell’arresto, della violenza, della perdita del lavoro. La differenza con il nostro tempo non è che lui fosse un santo e noi no. La differenza è che lui era sveglio, e sapeva di esserlo. Noi dormiamo con gli occhi aperti, aggiornando il feed.

Le preghiere e le petizioni non sono inutili in assoluto. Ma diventano l’alibi perfetto quando sono l’unica risposta. Quando ci permettono di voltarci dall’altra parte sentendoci comunque dalla parte giusta. La prima domanda non è “cosa penso di questa guerra?”, ma non perché la risposta sia scontata o facile: è perché quella domanda stessa, nella maggior parte dei casi, non viene nemmeno formulata. Viene soppressa dall’algoritmo prima che affiori, sostituita da un video, una notifica, un commento da leggere. Fare qualcosa, davvero, comincia con il riconoscere onestamente di essere stati addormentati, e che svegliarsi fa male.


Per qualche ragione ignota, questa conversazione è formattata diversamente dall’IA. La propongo tale e quale.


Alcuni sottotitoli sono stati “adattati” per “umanizzare” maggiormente lo stile usato dall’Intelligenza Artificiale che, come sappiamo, spesso evita affermazioni e titoli “eccessivamente” provocatori. Il testo in grassetto o in corsivo è il risultato della fase di editing.

[Attenzione: l’Intelligenza Artificiale può commettere errori: accade agli esseri umani, perché non dovrebbe accadere a qualcosa inventato da loro?]

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